newsletter bimestrale di letteratura noir e thriller | numero 2 | settembre duemilanove

Cristina Rava torna in libreria
con una nuova indagine del commissario Rebaudengo

Come i tulipani gialli

 
TITOLO: Come i tulipani gialli. Il commissario Rebaudengo indaga con Ardelia
AUTRICE: Cristina Rava
EDITORE: Fratelli Frilli Editori
DATI: 2009; pagine 320; euro 17,80

 


Primo capitolo, nel quale non riuscirei ad immaginare quel che capita dopo,
nemmeno con uno smisurato sforzo di fantasia


Per molto tempo ho creduto che sarebbe passata, che con l’esperienza e l’abitudine la sensazione avrebbe perso importanza. E invece ancora oggi, quando arrivo sulla scena di un crimine e compio i primi rilievi sul corpo di un morto, qualche volta ammazzato e qualche volta no, eccola che mi prende. È una specie di stanchezza, d’indolenzimento, come l’inizio dell’influenza. Le prime volte mi ero spaventata, poi, quando ho capito che non si trattava di uno strano contagio, ho smesso di preoccuparmi. È la morte che stanca, la ripetitività delle procedure, il disagio che può provare anche un veterano davanti al sangue, al disordine, al dolore. Cerchiamo di convincerci che con gli anni ci si abitua, ma non è del tutto vero. Si cerca di scherzare, noi del mestiere abbiamo un infinito repertorio di battute macabre, ma non sempre bastano a portare un sorriso dietro le mascherine. Usiamo una specie di gergo per indicare la tipologia delle salme, le modalità della morte, talvolta alcune scene del crimine presentano un’involontaria e terrificante comicità. Ma davanti a persone che hanno sofferto e soprattutto quando ci sono di mezzo dei bambini, va tutto a puttane: allora stai male, anche se figli non ne hai, e ti vengono in testa strane voglie omicide e domande inutili sulla disattenzione di Dio.
Adesso sono seduta alla mia scrivania e metto in ordine con il computer gli esiti di un’autopsia appena compiuta: mi sento già meno stanca, forse perché con questo atto il mio rapporto con il morto finisce, o almeno credo, sì, forse è proprio il distacco che mi restituisce energia. Dipenderà da cosa deciderà il magistrato in base alle mie dichiarazioni e ai rilievi dei carabinieri. Ma così, a occhio e croce non dovrebbero esserci strascichi, a meno che non vadano a cercare l’ago nel pagliaio. Mi viene da pensare però che con tutti i casini che ci sono a mezzo, non perderanno tempo ed energie dietro ad un suicidio.
Perché è stato un suicidio, vero Ardelia? Me lo chiedo da sola e rivedo alla moviola tutti i gesti e le osservazioni sulla scena del crimine: certo che è stato un suicidio, cazzo, ho quasi cinquant’anni, saprò distinguere un morto suicida da uno ammazzato? O no? No, non è sempre così ovvio, perché non c’è mai niente di ovvio. Ancora prima di portarti il caro estinto in obitorio, hai modo di osservare dei segni che ti aiuteranno ad evitare molti errori, ma non sempre riesci ad evitarli ‘tutti’. Il medico legale non deve essere un ‘tuttologo’ perché ci sono faccende che competono alla squadra scientifica, ma sono sempre cose che è bene conoscere, per collaborare se è richiesto o per aiutare gli altri a seguire la procedura corretta.
Il caso di questo defunto, per esempio, sembra quasi da manuale: suicidio per arma da fuoco. Per stabilire che la dinamica apparente coincida con quella reale, è utile la ricerca dei residui dello sparo, ma quella non devo farla io. Tocca a me invece studiare il foro d’entrata. Vedo che c’è un segno di punzonatura, il quale indica che il poverino ha appoggiato la canna alla cute; osservo inoltre che la depressione generata dall’esplosione ha aspirato sangue e residui di materiale verso l’esterno e ha macchiato la mano dell’uomo e la canna dell’arma: ci si augura sempre che siano sporche entrambe, sia l’arma e che la mano, altrimenti si devono prendere in considerazione altre ipotesi, in genere molto più complicate. La pistola è finita per terra, è un’automatica abbastanza grossa ma lì per lì non ne riconosco la marca e non ho tempo per studiarmela meglio, poi diciamo che non è affar mio. È caduta sotto la mano destra che deve aver oscillato per un po’ quando ha perso la presa, ma adesso pende immobile. Sul muro una nube rossa, invisibili schegge d’osso e materia cerebrale che dovrà essere studiata. Un carabiniere vestito come me da palombaro bianco, consegna ad un collega una piccola busta trasparente che contiene il bossolo, e si mette a trafficare con una pinza per estrarre il proiettile incastrato nel muro, pressappoco all’altezza della testa dell’uomo nell’istante in cui ha premuto il grilletto. Il foro di uscita dal cranio, come accade con un proiettile camiciato di grosso calibro, è quasi netto e si presenta nel temporale pressoché simmetrico a quello d’entrata. Ebbene, basterebbe che ci fosse incoerenza tra alcuni elementi, come per esempio il tipo di foro, o i segni di affumicatura, la presenza o assenza di puntinatura, che è una specie di nebbiolina sporca che lascia minuscoli segni sulla cute, e tutta la teoria del suicidio s’ingarbuglierebbe, peggio dello ‘gnommero’ di Gadda. Quindi non ci si può distrarre o prendere la faccenda sottogamba, guai a sentirsi ‘imparati’, non si devono mai fare le cose come una routine, pensando al ristorante con gli amici, più tardi. Se usi la testa sulla scena del crimine ed esegui tutti i riti, quando poi rimani a tu per tu con il morto, è più facile. Dopo aver osservato le mani, le sigillo dentro due sacchetti di carta, per procedere con altre ricerche nella tranquillità dell’obitorio. Il magistrato sta per andarsene, c’era già da prima, poche domande, c’è poco da dire, se ne va.
Il fatto di aver trovato sulla sua scrivania un biglietto con su scritto: ‘È meglio per tutti’, non dimostra niente, perché chiunque può scrivere un messaggio di addio, anche un assassino. Non è poi così vero che i suicidi scrivano sempre lettere di addio. Questo l’ha fatto, chissà per chi, chi saranno questi tutti? Moglie, figli, soci, parenti, i soliti… Chissà cosa si prova mentre si scrivono quelle parole estreme, e poi soprattutto dopo, quando si apre il cassetto e s’impugna l’arma…
Salvo e spengo il computer, poi dedico un’ultima occhiata alla maniglia del frigorifero: in quel loculo di metallo c’è quel che resta di una vita. Sospiro, mi alzo e mi stiro: il caso del suicida fa già parte del passato, una tra le tante storie archiviate. Anche il magistrato, pur avendo fatto le domande di rito, non m’è parso turbato da inquietudini investigative. Bisogna imparare in fretta a ragionare così: domani magari ci sarà un nuovo morto ammazzato, un tossico o una puttana cartellata dal magnaccia, o magari mi arriverà il perdente in una lite da coltelli tra albanesi. Ma non sono rare le imprese dei bulli di buona famiglia del liceo classico, che massacrano in un cesso della scuola o della discoteca il compagno troppo scuro o troppo chiaro, timido, effeminato o secchione o quel che non gli garba e filmano tutto per metterlo su YouTube.
Sono a casina, ah finalmente! Un’ambulanza miagola in lontananza, meno male che quando sono venuta ad abitare qui l’ospedale era già stato spostato a nord, altrimenti, specie nelle movimentate sere estive mi sarei sorbita una bella sinfonia, con un pronto soccorso sgangherato quanto vuoi, ma pur sempre pronto soccorso a cento metri dal portone di casa.
Da sei mesi a questa parte si sono chiuse e aperte alcune faccende. Quelle chiuse sono due: è morta mia madre e mi è finita una storia in cui avevo creduto. Quelle aperte sono di più e una è buona di sicuro: vado in palestra. Le altre invece sono discutibili, perché ho cominciato a fumare, o meglio ho ripreso dopo vent’anni e ogni tanto mi faccio un cicchetto, con buonsenso però; e anche per quel che riguarda le sigarette mai più di cinque o sei. Un po’ mi esalta questa trasgressione, dopo una vita di divieti salutari imposti prima di tutto a me stessa, ma anche alle persone amate. Ora posso sentirmi ragionevolmente in colpa ed è una sensazione esaltante. Per un soggetto nevrotico come me sentirsi colpevole è stato inevitabile come respirare ma raramente lo ero davvero, adesso me ne rendo conto. Quando invece sbagli sapendo di sbagliare è più divertente. Mi verso un sorso di cannonau, ma proprio una riga e mi accendo una Gauloises. Mi sta ricominciando a piacere la mia casa, lo sguardo obliquo di Baciccia, fumare alla finestra, in contemplazione del carruggio deserto, illuminato da un lampione vecchio. Se mi vedessero adesso quelli a cui ho tritato le palle, bicchiere in mano e sigaretta tra le dita… Ma chi se ne frega!

 

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