newsletter bimestrale di letteratura noir e thriller | numero 2 | settembre duemilanove

Recensione

Un bell'avvenire
di Sergio Paoli

 
TITOLO: Un bell'avvenire
AUTORE: Marco Videtta
EDITORE: E/O
DATI: 2009; pagine 192; euro 16,50

 

A un romanzo io chiedo di farmi riflettere sul tempo che viviamo. A un narratore di essere consapevole del suo ruolo di testimone dei tempi.
Per questo mi è piaciuto molto questo romanzo di Marco Videtta, sceneggiatore affermato al suo romanzo d'esordio da solista (il precedente, Nordest, era a quattro mani con Massimo Carlotto), finalista al Premio Azzeccagarbugli. Una storia legata a vicende familiari. Un romanzo che racconta la genesi della nostra repubblica, a partire dalla fine del regime fascista, e gli italiani, che in fondo, da allora, non sono granché cambiati. Se oggi, politicamente, stiamo come stiamo, è perché così eravamo.
Un breve prologo, poi la storia vera e propria che inizia sui monti del biellese alla fine di marzo del 1948. Fulvio Amitrano, napoletano, ex soldato della Repubblica Sociale Italiana, incontra in maniera del tutto casuale un giornalista di Milano. In questa Italia del 1948, alla vigilia delle elezioni dell'aprile, avviene il lungo viaggio di Fulvio alla ricerca del fratello Lucio, fanatico repubblichino, morto ufficialmente per mano dei partigiani il 29 aprile 1945 a Milano.
Fulvio è la voce parlante del libro, ed è sempre cresciuto nel mito del fratello maggiore, che lo ha trascinato prima ad abbracciare il fascismo (l'Idea, la Rivoluzione ..) e poi ad arruolarsi volontario per andare in guerra. In un lungo flashback, in cui le memorie del passato si alternano alle pagine del presente, ripercorre il suo viaggio. Dalla natia Napoli, si trova nelle steppe della Russia, fino alla ritirata del 1943. All'arruolamento nella Guardia Nazionale Repubblicana, in Piemonte. I rastrellamenti, la lotta ai Partigiani, fino all'8 settembre, l'armistizio, la confusione, la tragedia.
Fulvio è un fascista nient'affatto pentito, pervaso da un senso di sconfitta, di ingiustizia, come se la Storia e il mondo non avessero capito la grandezza e la bontà de «l'Idea». Cerca di ricostruire la dinamica dell'uccisione del fratello (fascistissimo pure lui), e nel viaggio, tra Roma, Milano e la Toscana del Chianti, Lucio incontra torturatori fascisti della banda di Pietro Koch; doppiogiochisti per opportunità politiche (i vecchi nemici che a fine guerra sarebbero diventati nuovi alleati) e per avidità. Preti aguzzini e funzionari di polizia pronti a riciclarsi nella nuova Italia. Emerge alla fine che non sono stati i nemici a sparargli bensì altri fascisti, camerati.
Atmosfera torbida, meschinità, opportunismo, autoriciclaggio: tutto molto italiano, visto dallo sguardo spiazzante (almeno per me) di un fascista.
Alla fine una grande ricostruzione storica, la Storia con la S maiuscola, ma anche le storie quotidiane. La frantumazione dei rapporti familiari, un mondo che cambia troppo in fretta e in modi non prevedibili.
Le macerie, non solo fisiche, che ingombravano le strade e tanti con la voglia di lasciarsi alle spalle qualcosa di ingombrante: il passato fascista, le responsabilità, le colpe. I conti col passato.
Non un noir, o un giallo in senso stretto. Comunque un'indagine, godibile da un punto di vista letterario, scritta con linguaggio incisivo e essenziale, al servizio dell'intreccio.
Consigliato a chi quei tempi non li conosce e vuole iniziare a farlo, e a chi vuole capire anche qualcosa sui nostri, ahimé, di tempi.
 

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