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Intervista
Marco Malvaldi
di Riccardo Sedini, Giallomania
La briscola a cinque, il suo esordio per Sellerio, lo ha fatto notare. Al
secondo giallo, Il gioco delle tre carte, Marco Malvaldi si conferma come
autore dalla prosa cristallina, leggera da assorbire eppure ricca di spunti,
intrigante. Un piccolo Camilleri in Toscana, in un microcosmo dove i fatti
vengono dopo le persone, dove i tremendi vecchi che si aggirano attorno al
BarLume formano un ecosistema irresistibile che vive di vita propria. E che
al lettore, visti i consensi unanimi, piace.
Presentati ai nostri lettori.
Sono nato a Pisa il 27 gennaio 1974, e ho sempre vissuto a Pisa, a parte una
breve parentesi in Olanda. Sono sposato, non ho figli (per ora) ma ho due
gatti.
Sono un tipo eclettico, e so fare male parecchie cose: dopo la laurea in
chimica, e contemporanei studi di conservatorio, ho provato a fare il
cantante lirico. Poiché il pubblico non era d'accordo, ho abbandonato presto
e mi sono rimesso a fare il chimico. Nel frattempo, ho provato anche a fare
lo scrittore, e lì per fortuna sembra andare meglio.
Quello che la tua scrittura riesce a trasmettere è un senso di familiarità
con luoghi e personaggi. Come nascono i tuoi romanzi? Da storie vere oppure
sono frutto di fantasia?
Le mie storie nascono dal trovare dei modelli semplici che siano in grado di
rappresentare una certa situazione umana in modo efficace. In partenza penso
ad un gioco, e tento di trovare una storia che sia adeguatamente simile al
gioco in questione.
Nel mio primo libro, la briscola in cinque era una sorta di metafora della
trama di un giallo; in questo gioco, le squadre sono formate a seconda delle
carte che ognuno ha in mano. Il mazziere gioca in coppia con la persona che
ha in mano una determinata carta, e contro tutti gli altri. Dei cinque
giocatori, uno solo sa come sono formate le squadre, e deve mentire e fare
di tutto per non farsi scoprire. Per contro, gli altri per scoprirlo devono
trovare delle incoerenze nel suo modo di giocare. Esattamente come in
un'indagine poliziesca: se tutti dicessero la verità, si potrebbe chiedere
ai sospettati se sono colpevoli, però il giallo finirebbe a pagina tre.
Come sono nati, invece, i personaggi che gravitano attorno al BarLume? Come
mai la scelta di andare controcorrente rispetto a un mercato che, spesso,
incensa eroi maledetti, poliziotti e criminali?
I miei personaggi sono un misto di persone reali e fantasia, come ogni
personaggio che si rispetti, credo. Ampelio è un ritratto fedele di mio
nonno Varisello, e molto di quello che dice l'ho sentito dire direttamente a
lui. Massimo è un misto di un barista reale (Massimo, appunto), matematico
di formazione, lettore onnivoro e curiosissimo, e di Marco, un ristoratore
mio amico: entrambi i figuri hanno una discreta intelligenza, e una scarsa
propensione alla diplomazia.
Quali differenze ci sono, dal tuo punto di vista, tra il primo e il secondo
romanzo?
Beh, il primo romanzo l'ho scritto per mio puro divertimento, nei momenti di
calma, e mettendoci circa quattro anni. Il secondo è stato scritto in nove
mesi, fra l'altro in un periodo personale non esattamente esaltante. Credo
che il primo sia più umoristico, mentre il secondo abbia una storia un po'
più intrigante: chi sia il colpevole si capisce abbastanza presto, ma il
movente a mio parere non è così facile da estrapolare. Comunque, credo che
in nessuno dei due romanzi il punto di forza sia la trama. Anzi.
Se il primo libro è nato per gioco, il secondo ha confermato quanto di buono
si era detto. Che responsi speri di ottenere? Che aspettative hai?
Spero che vada bene come il primo. In realtà mi sono esposto un po':
confidando nel successo commerciale, mi sono fatto costruire una villa con
piscina. Adesso ho un mutuo esorbitante e ho dovuto subaffittare la piscina
ad un allevatore di paperi.
Domanda provocatoria: se ti dicessi che la tua scrittura ricorda un
riuscito mix di Camilleri e Amici miei di Monicelli? Oppure sono
altri i modelli cui preferisci pensare come ispirazione?
Ne sarei sinceramente lusingato, visto che sono un ammiratore di entrambi
gli esempi che hai citato. A livello di ispirazione, o meglio, di invidia,
ci sono parecchi altri esempi: Wodehouse e Guareschi su tutti, ma anche due
umoristi livornesi (Federico Sardelli ed Ettore Borzacchini) forse non molto
noti al di fuori della Toscana, ma che nella mia regione sono venerati. Con
ragione, perché sono geniali entrambi.
Ne Il gioco delle tre carte funziona molto bene, secondo me, l'incrocio tra
tradizione nostrana (i vecchietti al bar, il trucco delle tre carte) e la
modernità dell'intreccio giallo (i fisici, i computer). Lo hai studiato a
tavolino oppure è nato spontaneamente? Può rappresentare in qualche modo,
secondo te, le contraddizioni dell'Italia di oggi?
L'idea è nata un po' per caso, ma è un fatto che, volenti o nolenti, siamo
costretti a convivere con una tecnologia più avanzata dei nostri reali
desideri, e che molto spesso è in grado di fare più cose di quante realmente
ce ne servano. Così, per tentare di sfruttarla al meglio, ci scordiamo che
molto spesso la vita reale è un'altra cosa, e che non è molto soddisfacente
avere seicento amici su Facebook e poter mandare messaggi a mezzo mondo se
non hai niente da dire.
È una contraddizione del mondo, direi, più che
dell'Italia odierna.
Come sei arrivato a Sellerio? Che consigli daresti, secondo la tua
esperienza, a uno scrittore esordiente?
A Sellerio ho semplicemente mandato il manoscritto, su consiglio (o meglio:
ordine…) di mia moglie. A uno scrittore giovane direi di essere sincero,
quasi spietato, nel giudicare quello che scrive, e di affidarsi a persone
sincere che leggano quello che scrive e diano il loro parere: non sempre
siamo i migliori giudici di noi stessi.
Stai già lavorando a un nuovo romanzo?
È possibile che nel tuo futuro ci
siano storie con personaggi diversi dal clan del BarLume?
Al momento sto scrivendo un altro romanzetto ambientato al BarLume. Poi, si
vedrà. Per ora sono affezionato ai miei pupazzetti, ma non mi dispiacerebbe
vedere se sono in grado di uscire dal bar senza pagare un conto troppo
salato.
Perché sei approdato al giallo?
È stata una scelta premeditata, voluta?
Il giallo è stata una scelta quasi obbligata, dato che sono le mie letture
preferite. Fra l'altro, alcuni dei miei scrittori preferiti (Durrenmatt e
Sciascia) possono essere considerati a buon diritto dei giallisti. Credo che
il giallo sia il genere di evasione per eccellenza: il presupposto
dell'evasione è che si parli di qualcosa che non ha a che fare con la vita
di tutti i giorni. Ora, a meno che uno non lavori per il TG5, di solito è
raro che si trovi direttamente coinvolto in un omicidio. Inoltre, credo che
il giallo serva ad esorcizzare una delle nostre paure più radicate, ovvero la
paura della morte; noi pensiamo a questo evento come alla fine di tutto,
mentre invece in un giallo la morte di qualcuno è l'inizio di tutta la
storia. Credo che la consapevolezza che, quando avverrà il fattaccio e noi
non ci saremo più, il mondo continuerà a girare più o meno come prima sia
piuttosto confortante.
Che libri hai sul comodino? Cosa ti piace leggere?
Oltre ai gialli, sono appassionato di poesia (Dante e Shakespeare su tutti,
e tra i contemporanei Kavafis e Gozzano) e di umoristi inglesi (Wodehouse,
Jerome, Adams). Leggo spesso saggi divulgativi su ogni aspetto della
matematica (dalla storia alla teoria dei giochi). Ah: a parte Asimov e
Douglas Adams, detesto la fantascienza. Al momento, il primo libro sulla
pila del comodino è Foto di gruppo con signora di Heinrich Boll. Se poi tu
volessi sapere chi è il mio scrittore preferito, è molto semplice: Primo
Levi.
Quanto c'è di personale nello sfogo del barista Massimo sul mondo
sull'università e sul precariato della ricerca? Cosa ne pensi della
situazione attuale, di cui spesso si parla sulle pagine dei giornali? Hai
mai pensato, come lui, di provare una nuova strada a tempo pieno (magari
come scrittore full-time)?
Come avrai capito, lo sfogo è personale al 100%. Credo che la situazione
attuale sia figlia in parte del disinteresse che vari governi hanno
dimostrato nei confronti dell'università, ma soprattutto sia dovuta al modo
clientelare e padronale con cui l'università è stata gestita in molti casi,
da parte di persone che hanno considerato i propri dipartimenti come feudi e
non come terreno fertile da coltivare. Mi chiedo se questi figuri non si
rendono conto che i loro figli e nipoti potrebbero scegliere di fare gli
stessi studi dei padri, e si potrebbero ritrovare davanti degli incompetenti
assolutamente inadatti ad insegnare loro alcunché: in questo caso, gli
studenti almeno saprebbero con chi prendersela per il fatto di avere degli
insegnanti ridicoli. Se uno ne volesse sapere di più, può provare a leggere
L'università truccata di Roberto Perotti. Tenersi un antiacido a portata di
mano, perché fa venire dei mal di stomaco.
Quanto al fare lo scrittore full-time, non credo che ci riuscirò mai. Finché
la scrittura resta un gioco e uno sfogo mi va bene: ma non me la sentirei di
trasformarla in lavoro.
Come vedi la situazione editoriale in Italia? Un paese in cui sono più gli
scrittori dei lettori.
Bella domanda. In realtà credo che in Italia ci siano ottimi scrittori
giovani. Penso a Luca Ricci e a Cristiano Cavina, per esempio. Il fatto è
che la gente non legge, o legge poco. E questa è una realtà.
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